CHIESA E MISSIONE

LETTERE DAL MONDO

ASIA

 Il calore della Luce

Antonella Del Grosso, missionaria di Maria-Saveriana, di Foggia (originaria di Bari), racconta un po’ della sua missione in Thailandia, dove vive da circa 12 anni.

 

   Tailandia significa “Terra dei liberi”, ed è  la terra che mi ospita ormai dal 2005, da quando sono partita inviata dalla Chiesa di Parma e dalla mia famiglia missionaria. I cristiani qui sono solo lo 0,6 per cento, e la religione ufficiale è  quella buddista. I tailandesi sono un popolo amabile, e li caratterizza il sorriso, la gentilezza e la pazienza che portano nei tratti e nei gesti. La bellezza naturale di questa terra e la sua accoglienza è conosciuta da tutti, eppure per un missionario la distanza culturale si fa presto sentire, insieme alla difficoltà  della lingua con i suoi 5 toni, e della comunicazione anche non verbale così  diversa… poi ti accorgi che il cibo dolciastro ti può stancare, che il caldo ti può sfinire, e che tu resti sempre profondamente un po’ un pesce fuor d’acqua. I problemi e le piaghe sociali pian piano ti diventano evidenti, come il traffico umano, la prostituzione, l’alcolismo, la confusione dei sessi, la disgregazione delle famiglie… e anche se appartieni a una chiesa tailandese che si coinvolge nella carità, tu spesso ti senti impotente, straniero, un ospite il più  delle volte non invitato. In questa complessità di sentimenti positivi e di ribellione, che pian piano sono emersi nella mia esperienza, ho scoperto la grazia di ritrovare la motivazione che mi fa credere che, pur se nessun tailandese me lo ha chiesto, io sono stata inviata in mezzo a loro, ed è qui che devo cercare il Suo Volto.

   Sono entrata nelle Saveriane 20 anni fa, il 14 settembre, accompagnata dai miei genitori ancora increduli e confusi, in una giornata piovosa, che esprimeva tutto il subbuglio di emozioni che portavo dentro, dirigendomi “decisamente” verso quella Persona che mi aveva chiamato e mi stava aspettando. Volevo diventare una missionaria e annunciare Gesù, che avevo incontrato vivo nella mia vita, a chi non lo conosceva, consacrandogli tutta me stessa con i voti religiosi, ma non avrei mai pensato di finire un giorno in Asia, in Tailandia, per essere testimone della Sua luce “fino agli estremi confini della terra”. In questa cultura è  molto accentuato il segno della luce, tanto da dedicare una festa alle lanterne (loy kratong), che si lasciano fluttuare in mare e in cielo, a rappresentare il desiderio di purezza e saggezza di questo popolo. Per i tailandesi, la via della luce, dell’illuminazione, è soprattutto una via che si percorre da soli, con lo sforzo delle proprie azioni buone, secondo l’insegnamento del Budda.

   Della luce però si avverte anche il calore, e noi abbiamo  bisogno di sentire quel ‘tocco di tenerezza’… ma non sempre in questa cultura si può  manifestare questo aspetto, con altrettanta semplicità. Ciò mi è diventato più chiaro quando ho conosciuto persone con problemi di handicap, come Bob, un giovane di 36 anni, molto intelligente, buddista, che da quando ne aveva 18 era paralizzato a letto per un incidente di moto, avvenuto cinque giorni dopo il suo matrimonio. Come potevo interagire con lui, come arrivare al suo cuore senza ascoltare anche il suo corpo immobilizzato, ferito da così lungo tempo? Come farmi ‘vicina’, senza mancare di rispetto o suscitare diffidenza, essendo una donna, occidentale, cristiana, e per di più “religiosa”? Così  spesso non osavo neanche toccarlo. Questa cultura evita il contatto diretto a cui noi occidentali siamo tanto abituati (per non parlare di noi del sud), e gli inchini di capo e le mani giunte sono le espressioni più  cordiali e rispettose che puoi manifestare. Eppure proprio qui ho capito il valore profondo di un abbraccio non scontato, che sa accogliere l’altro nella sua distanza, che sa consolare senza troppe parole. Per molto tempo il nostro dialogo è stato piuttosto formale, finché mi è sembrato che lo disturbassi, che non si fidasse delle mie intenzioni, così ho smesso per un po’ di andarlo a visitare, mandandogli solo i miei saluti. Un giorno però il parroco mi dice: “Perché non vai a trovare Bob? Sai, non l’ho visto bene: è molto giù”. Mi sono fatta coraggio e sono andata, ma quel giorno non avevo molto da offrirgli, perché ero giù di morale anch’io, vista la fatica che facevo, dopo diversi anni, con la lingua e la cultura tailandese. È accaduto che invece di consolarlo, come credevo, ho mostrato la mia fragilità, con le lacrime, che non sono riuscita a trattenere davanti a lui. In quel momento il suo viso si è illuminato, mi ha sorriso e mi ha detto: “Prima che tu vada via oggi mi piacerebbe che mi abbracciassi, puoi farlo?”. Non avevo trovato delle soluzioni per lui, non sono una fisioterapista né un’educatrice, non avevo neanche potuto annunciargli la mia fede, ma Gesù l’ho visto e toccato presente in quella nostra povertà  condivisa, in quella umanità che non può  bastare a se stessa, alla sua solitudine, senza ricercare Chi ci ha creati e chiamati per la comunione.

   Credo che oggi la missione, ancor più  in Asia, non è solo dialogo, non è solo annuncio, ma è riconoscenza e testimonianza della bellezza di scoprirci un unico corpo, membri bisognosi gli uni degli altri, che non possono fare a meno di questa reciprocità, di questa luce che abbraccia il nostro corpo e il nostro spirito. In Tailandia, nella Terra dei liberi, ho visto ancor più chiaramente che la vera “liberazione” non è una via che si percorre da soli con la propria azione buona, ma paradossalmente tutto lo sforzo ti conduce alla resa impotente, nella consegna all’amore di Dio e dei fratelli. Oggi, quasi a voler confermare questo cammino tracciato dal “limite”, gestisco temporaneamente una casa della parrocchia di bambini diversamente abili, molto gravi, la cui maggior parte di loro non può  parlare, se non con la luce dei loro sorrisi in quei corpi pur sofferenti.

   E’ proprio sulla soglia di tale debolezza, nell’incontro delle nostre fragilità, che l’uomo riconosce il suo bisogno dell’altro, che se pur tanto diverso, si fa vicino in quella relazione per un dono di grazia. “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Questi e tanti altri incontri, hanno dato corpo all’esperienza di un abbraccio per me più grande, quello di un Padre buono che, facendoci sentire fratelli e sorelle, ci aiuta a diventare insieme sempre più ‘umani’, fidandoci non della nostra ma della Sua bontà.

Antonella Del Grosso