SOCIETA’ E CULTURA

 

Il legame tra empatia ed apprendimento
“Sentire” vs “Pensare”


Per molto tempo il mondo delle emozioni è stato considerato separato dal processo dell’apprendimento. Il “sentire” e il “pensare” erano considerati due mondi lontani e non congiunti.
Ogni uomo distingue due tipologie di eventi psichici che accadono dentro di sé. Da una parte abbiamo eventi percepiti in maniera vaga, poco definiti, sfumati a cui si dà il nome di “emozioni” comprendenti intuizioni, affetti, propensioni. Dall’altra parte ci sono eventi avvertiti in maniera chiara, precisa, comunicabili con facilità a cui si dà il nome di “pensieri”. Queste due definizioni sono tradotte da due termini: “psiche” e “mente”. Questa dicotomia aveva senso un secolo fa, quando il filosofo Cartesio distinse nettamente le “res cogitans” dalle “res extensa”. E’ sempre stata una tendenza della filosofia occidentale quella di separare la ragione dalla psiche tanto da influenzare nel corso dei decenni psicologi come Wundt, Fechner e Kulpe. Mentre in passato era inconcepibile parlare di “Mente Inconscia”, oggi, per mente si intende tutta la struttura funzionale insita nel cervello del singolo.
“Mentali” sono considerati anche gli affetti perché la mente ha anche un aspetto inconscio. Con l’affermarsi della scienza della mente e delle scienze cognitive, è emerso che il bambino “impara” e “apprende” sin da quando nasce.
L’apprendimento non è solo ciò che si acquisisce in maniera verbale come avviene nell’adulto. Fino a qualche decennio fa si pensava che lo sviluppo cerebrale di un soggetto fosse determinato dalla genetica e che l’apprendimento fosse intervenuto solo in età adulta. Grazie a studi approfonditi ci si è resi conto che la genetica interviene per la morfologia del cervello (numero dei neuroni) ma la fisiologia, è influenzata dalla sinapsi, dalle reti neurali che si stabilizzano grazie all’”esperienza”.
Emozioni ed apprendimento
Nessun cervello è uguale a quello dell’altro. Secondo Imbasciati, direttore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Brescia, lo sviluppo cognitivo di un bambino dipende dalla qualità degli apprendimenti che egli riceve. Tutte le evoluzioni della specie avvengono all’insegna dell’apprendimento. Tutto si impara, si modifica, si memorizza, si acquisisce.
Secondo Imbasciati e il suo collega Manfredi, i bambini “nascono” prima di venire al mondo, imparano prima di essere coscienti, di avere un volto, un nome, una parola. Un processo di apprendimento è influenzato dalla motivazione, dal desiderio di acquisire conoscenze per soddisfare un bisogno o raggiungere un obiettivo umano o professionale. L’apprendimento può essere al tempo stesso “conscio” e “inconscio”.
L’apprendimento consente ad un organismo di trovare la forma più adatta per vivere in un determinato habitat, di costruire una tana, un nido, di sviluppare una capacità sensoriale, un’abilità.
L’apprendimento ci accompagna per tutto il nostro ciclo vitale. La nostra mente si arricchisce continuamente di acquisizioni, ricordi, esperienze. Nei processi di apprendimento rivestono un ruolo importante fattori come la creatività, l’emotività, le relazioni interpersonali e la motivazione.
Per molto tempo il processo di apprendimento è stato considerato un “apprendimento dall’autorità” che presupponeva la presenza di un insegnante che trasmetteva agli alunni il suo sapere. Grazie ai contributi di psicosociologi come Bion nel 1962, è emerso che la principale fonte di apprendimento come avevamo accennato prima, è l’esperienza. Essa non deve essere assolutamente confusa col “fare” o “accumulare” nozioni ed esperienze. Per Bion l’apprendimento che attinge dall’esperienza, deve tener conto di tutti i dati, le informazioni che ci provengono dalle nostre vite quotidiane. La quotidianità può essere utilizzata e riletta per trarne motivazione e stimoli di apprendimento. L’apprendimento è possibile grazie al contatto con un’altra mente che sia quella del genitore o dell’educatore in maniera differenziata.
L’educatore empatico
L’educatore deve essere capace di comunicare con l’educando avviando un percorso di crescita e libertà di sviluppo che potrà donare sintesi nuove e diverse rispetto a quelle apprese dai genitori. Questo non è assolutamente un fatto univoco. Al giorno d’oggi l’apprendimento deve tenere conto delle varie interconnessioni esistenti tra diverse discipline che mirano alla creazione di una vera e propria rete in cui la relazione empatica e il dialogo significativo sono emblematici e vitali.
Attualmente si sta dando molta importanza all’educazione affettiva. Lo “sviluppo integrale” del bambino è l’obiettivo principale di molti programmi di insegnamento del bambino. Ogni programma educativo si deve basare sul presupposto che si può insegnare al bambino come affrontare in maniera costruttiva la vita di ogni giorno. L’educazione affettiva punta sulla prevenzione. È compito dell’educatore ridurre il più possibile l’insorgere di stati d’animo negativi e facilitare il potenziamento di emozioni positive. Per facilitare ciò viene utilizzata la RET (Terapia Razionale Emotiva) nata inizialmente negli Stati Uniti e successivamente diffusa anche in Gran Bretagna e in Italia solo a partire dalla fine degli anni Novanta grazie ad articoli scritti dal professore Cesare Silvestri e lo psicoterapeuta esperto in apprendimento emotivo Marco Di Pietro. L’educatore empatico deve tenere conto che ogni bambino è da analizzare nel proprio caso specifico prestando massima attenzione all’età, alle abitudini vitali, al contesto in cui vive. Gli interventi dell’educatore devono essere mirati a facilitare e incoraggiare il naturale sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino. Si deve parlare di “un’educazione alla autorealizzazione e alla gioia di vivere”. Risulta un obiettivo molto ambizioso.
La Terapia Razionale Emotiva non modella le emozioni del bambino sulla base di schemi imposti sull’adulto ma è un processo di apprendimento basato sull’autoregolazione delle proprie emozioni. Il bambino deve imparare a dominare le proprie emozioni e a massimizzare il proprio benessere in circostanze meno favorevoli. La connessione tra il “sentire” e il “pensare” è il fulcro vitale della Terapia Razionale Emotiva a cui deve puntare il futuro della nostra scuola e dei contesti formativi.
Mariangela Cutrone