IL TIFO
Racconto di Lilli Maria Trizio *


Fuori dallo stadio l’urlo del gol mi ha impedito d’avviare il passo seguente per continuare a camminare. Il boato animalesco è la cosa umana più forte che ho mai ascoltato. Impalato, non ho direzione, stordito dalla fede violenta dei tifosi.
I botteghini chiusi, il personale sparito, mi sono diretto in una delle gradinate, gratis.
Non chiedono se ti piace il calcio, qual è la squadra preferita, se conosci i nomi dei giocatori. Basta solo avvicinarsi alla folla imparzialmente, essa ci assimila nella sua direzione. Caos senza contrasti. Diventa una necessità, non posso star zitto con le braccia composte nella posizione di pigra attesa. Attorno le grida, le mani protese a pugno fanno risaltare la mia differenza, la mia ignoranza.
Tra poco sarò additato per quello che sono: un timido, un incompetente.
Mi sono scoperto, voglio emettere un suono di potenza. Provo prima nella segreta intimità della gola. Viene fuori un singulto strozzato. E poi, liberato dai pori della pelle chiusi all’ebrezza dell’aria gelida, emetto un lungo lunghissimo ululato.
Acquisisco un’altra dimensione della vita, la libertà gestuale e sonora di bruciare il superfluo accumulato dalla quotidiana normalità.
TIRO FORTE.
Un crescendo di possibilità ripetute e continue si riparano nel mio corpo modesto. DOVE CORRE IL TERZINO? Sento di sprigionare calore e forza, trovo un limite di potenza che viene superato da un nuovo limite. SGAMBETTO. I giocatori avanzano aritmicamente sotto l’ombra reticolata della porta nemica. Gli stomaci, le gole filtrano all’esterno il mistero iniziale del culmine della paura che lancia nel punto più alto il grido divino della disperazione umana.
Sezione delle gambe: fallo; mischia. Un numero cade. L’altro infila un piede flash in un corridoio di ossa incrociate. L’istantanea della vittoria: GOL! Le migliaia di bocche si aprono al massimo, l’occhio dell’ugola contempla il risultato, con il battimani della voce. Scattano in piedi sollevando le braccia nella debolezza della mèta raggiunta.
Sudati, proliferanti di commenti, di però, buttano fuori la parte non spesa dell’emotività. Vivo e non ho mai avuto cedimenti così inebrianti, come ho fatto? Sono io quel grigio individuo che si agita sperperando magnanimamente le delizie improvvise di un attimo appagato? Le dita delle mani si contorcono da sole, anche i verbi, gli aggettivi non ho bisogno di andarli a cercare con la rigida oculatezza della mia stupida educazione: arrivano involontariamente. Parlo a voce alta e sembra che tutti partecipino alla mia felicità discorsiva. Le caviglie battono energicamente le scarpe sul selciato. Io sono in una fase tranquilla di esplosione, gli altri saltano deflagrati nell’interezza fisica.
Scoppiano dopo un periodo di gonfiamento. Il corpo di ciascuno perde l’intimità della coesione, si slarga. Appartengono reciprocamente l’uno all’altro. Gli arti umani scorrono avulsi di nome e cognome, li vedo passare. Collo. Gomito. Un testa bionda. Naso carnoso. Un giornale bandiera. Una parola turgida stroncata dal grido. Non posso separare l’essere dal nulla. Siamo tutti. Ci sono anch’io ed il mio io allegramente rifugge dai suoi problemi. Nel cataclisma sportivo si è rimorchiato alla fierezza calcistica. Il gol mi appartiene, fa salire il flusso insipido del sangue sino alle zone stantie dell’intelletto.

Si ritorna seduti. PASSAGGIO IN LATERALE. Ma non è mai banalità o assenza d’interessi, il gioco riprende seguito, seguitissimo da mugolii rabbiosi. La massa ha qualcosa di insaziabile. DRIBLING SPENTO STERILE. Il torrente in piena dei fiati può sospingere la palla lontana. CATENACCIO.
Afflati ventosi di sostanza vergine umana preparano nuove speranze con le spirali della violenza. ALLARGATEVI, ANDATE AVANTI. Dentro un campo sportivo le immagini deformate della grandezza riposano acquattate nelle semplici pose di uomini in attesa. Avremmo ancora applaudito. Avrei ancora comandato al mio equilibrio di ritardare la sua venuta, esso si sarebbe confuso e trasformato nella prossima marea, che ci avrebbe sommerso tutti.
PALLA SUL FONDO. Rosicchio le unghie, voglio partecipare e fare di più. I giocatori forse non hanno la nostra necessità di segnare e si esibiscono in passaggi al centro campo che allungano stemperando la pazienza di un’azione conclusiva, essa si dilegua in rivoli di occasioni. MA DOVE TIRA QUELLO? In canali strettissimi di balzi e rimbalzi, può essere, sembra.
Poi si attarda nelle retrovie e l’ansia tenuta sotto controllo fa urtare i denti affilati sulla mota delle parole. La colpa è dell’arbitro. Lo scudetto se lo sognano. Un signore, consumatosi nella sicurezza della vittoria, stringe la testa fra le ginocchia, è stremato dalla nuova realtà: FINIRANNO IN SERIE C.
Ma il calcio ha di bello la sintesi favorevole o negativa di un breve ricambio. Si basa su di un diabolico imprevedibile guizzo, come la perfezione rapida ed intensa di una battuta ironica.
Manca poco alla fine: la situazione è di pareggio, se non vincono, saranno scavalcati in classifica. Il pubblico tace, abbandona gli idoli, li lascia soli di provare di vincere, da provare di perdere. Forse è superstizione: mostrano l’anteprima espressione della maschera del dolore.
Non ce l’hanno ancora, appena appena accennata dietro gli occhi avidi e muti: PUNIZIONE. Sono avvilito: la grande festa ha invertito le luci.
Me ne vorrei andare, mi sento un elemento inconscio e contrario, non ho la profondità fegatosa della competenza. COSI’ NON SI GIOCA.
Ero entusiasta di usare il mio corpo per fini sportivi, l’ho fatto saltare, rimbombare di colpi, l’ho pizzicato, scrollato dalla muffa, ha declamato di passione. Finalmente la squadra si sposta senza sbandamenti nell’area di rigore. Recrudescenza. La ribalta si riapre con le gradazioni scure della necessità: OTTANTACINQUESIMO MINUTO.
Il disinteresse del pubblico era finzione. Le vene delle tempie si attorcigliano nel verde della speranza, i tendini si drizzano nella carne, la tensione cade sull’impatto del cuore. Tu, nemico che abbondi di gambe, di volontà di difesa, che t’inarchi nel petto, che usi le braccia come mani, lascia comporre la libertà di una traiettoria; da quella sottile ragnatela di linee noi tifosi sugli spilli dell’eccitazione spieremo invocando l’urto finale.
C’è il qualcosa, lo spiraglio angolare, l’accordo d’intesa degli attaccanti. La palla ruota sul dorso di piedi amichevoli, fa finta di tornare indietro. Un gladiatore la solleva mandandola in alto.
C’è un brivido d’intelligenza, lo sfrigolìo elettrico di una trappola tesa ad un istante del presente. Una testa fende l’aria nello scatto feroce della certezza. E’ meno di un attimo, è più di un percorso iniziato nella fragile coscienza del tifoso. Il portiere come una lancetta impazzita cade nell’abisso delle ore sei e mezzo. Rimane a terra dolorante e inutile. Il gol sazio riposa nel fondo della rete.
Alle sue spalle.

*LILLI MARIA TRIZIO
Nata a Bari, autrice prevalentemente teatrale, ha scritto anche romanzi e racconti pubblicati su riviste letterarie. È nella Storia del Teatro Contemporaneo di Giovanni Antonucci. Ha diretto per 20 anni il Teatro Aut-Aut e per due il Teatro Duse a Roma, dove ha vissuto per molti anni. A Bari, dove vive ora, ha rappresentato testi alla Vallisa, al Teatro Piccolo, al Circolo Barion e al Teatro Bravò.